Crea sito

da

Game of Thrones – 4×10 – The Children (Lettori)

giugno 20, 2014 in Senza categoria

CONTIENE SPOILER PER I NON LETTORI. I due articoli dedicati all’episodio differiscono per molti dettagli. In particolare, questo presenta in più punti considerazioni sull’adattamento dell’opera letteraria e anticipazioni sugli sviluppi della vicenda che rischiano di rovinare la visione a chi già non conosce A Song of Ice and Fire. A maggior ragione, dunque, invitiamo gli spettatori avversi agli spoiler a non sbirciare né articolo né commenti, e a fare invece riferimento alla recensione a loro specificamente dedicata. Nei commenti a questo articolo vale la regola dello spoiler libero fino a  A Dance with Dragons (o, nell’edizione italiana, fino a La danza dei draghi).

«Wait,» Arya said suddenly. «I have something else.»

Episodio fra i più classici di Game of Thrones, nella cui struttura si individuano similitudini non già con Mhysa – che si concludeva con la liberazione di Yunkai quasi per accidente –, ma con Fire and Blood, con il quale condivide il forte controllo esercitato sulla narrazione (un controllo che a Benioff e Weiss è parso mancare per gran parte di quest’annata), The Children è meno interessato a fare la conta dei personaggi e più a costruire un ritmo incalzante che, di scena in scena, come seguendo una spirale sempre più stretta, culmina nel pur breve segmento di Tyrion, cupissimo, cui fanno seguito, in modo tutt’altro che casuale – rilascio della tensione –, alcune fra le inquadrature più ariose e luminose di queste quattro stagioni (il cielo, il mare, il bianchissimo del sale), forse le più euforiche.

Non tutto, ahinoi, è all’altezza dello Spannung: non lo sono, nonostante il pianto straziante di Rhaegal e Vyserion, le scene di Daenerys, personaggio fra i più ondivaghi, tremendamente bistrattato da un adattamento televisivo che sembra non sapere che farsene di lei se non quando bisogna alzare il livello di spettacolarità coreografica e che non è affatto riuscito a emendare le brutture e la ripetitività di A Dance with Dragons; né lo sono certi passaggi di là dalla Barriera – su tutti il funerale di Ygritte, strascico stucchevole dell’episodio più brutto dell’intera serie, The Watchers on the Wall –, per quanto l’arrivo di Stannis, comunque meno incisivo che sulla pagina, ridia un po’ di slancio a una sottotrama da troppo tempo avvizzita.

Come al solito puntuali, invece, le scene ambientate a King’s Landing, che è poi un altro modo per dire le scene dei Lannister, cioè quelle in cui gli autori, consapevoli dell’innegabile bravura e dell’altrettanto innegabile alchimia degli attori, si sono consentiti le maggiori libertà rispetto al testo di partenza, portando a scambi spesso carichi e palpitanti, come, in questo episodio, quello fra Cersei e Tywin, del tutto alieno alla saga letteraria (e alle psicologie delle controparti cartacee) ma nondimeno convincente, soprattutto nel dare corpo tangibile – le incrinature nella voce della regina, le esitazioni del patriarca – ai punti di rottura dei due personaggi: la maternità di cui parla Cersei e la discendenza cara a Tywin potrebbero sembrare le due facce della stessa medaglia, ma nell’universo valoriale dei Seven Kingdoms sono sovente, in realtà, inconciliabili.

Questo dell’inconciliabilità sembra il leitmotiv più solido dell’episodio, di là dall’ormai facile simbolismo che accosta la maternità deforme di Cersei a quella di Daenerys e le diverse declinazioni di pietas filiale dei giovani Stark agli accidentati rapporti padre-figlio di casa Lannister: inconciliabili sono l’idea di sé che Bran continua a coltivare e l’arida realtà delle sue gambe spezzate, e inconciliabile sembra, almeno per un radioso attimo, il rosso sanguigno del gigantesco Weirwood fra le cui radici si cela Brynden «Bloodraven» Rivers (qui un sintetico prospetto della Blackfyre Rebellion per chi fosse un poco arrugginito) e la neve che lo circonda, infida, occultando alla vista i morti viventi in agguato, protagonisti di una scena fra le meglio coreografate di sempre (e senz’altro la più efficace dedicata a Bran da due stagioni a questa parte).

E poi ci sono Jaime, Cersei, Tyrion e Tywin, la cui inconciliabilità reciproca – minuziosamente preparata fin da The Kingsroad e, in seguito, Baelor – si rivela infine per cio che è, rendendo impossibile ogni ulteriore, posticcia ricomposizione: Cersei rivela a Tywin il suo segreto, Jaime aiuta Tyrion a scappare pur consapevole, così facendo, di negare a Cersei la soddisfazione che cerca – e che ha radici ancora più antiche rispetto alla morte di Joffrey, sintomo di uno squilibrio dai contorni patologici –, Tyrion uccide Tywin, privandolo infine della dignità della quale il padre ha cercato a propria volta di denudarlo per una vita intera e segnando così la fine di un’epoca, tanto per la famiglia quanto per il regno: le campane che accompagnano la sua partenza clandestina sono appropriatamente lugubri, perché non annunciano solo la dipartita dell’uomo più potente dei Seven Kingdoms, ma il tramonto di una Casata intera.

La vera pièce de résistence dell’episodio, però, è il lungo, brutale, sanguinoso combattimento fra Brienne e Sandor Clegane, che, iniziato all’insegna di una più tradizionale compostezza, degenera rapidamente perdendo qualsiasi connotato cavalleresco: morsi, brani insanguinati di carne, colpi all’inguine, sassate sulla nuca: nessuna violenza è risparmiata e ciò che si consuma davanti ai nostri occhi è meno una lotta per il «possesso» di Arya Stark e più il cozzare inevitabile non già fra due diverse visioni del mondo – idealità cortese contro cinico pragmatismo –, quanto fra un passato che non vuole arrendersi all’idea della propria attuale ininfluenza e un presente distrutto dalla guerra, dalle devastazioni, dalla fame: il primo esce dallo scontro a mani vuote, frustrato; al secondo viene perfino negata la grazia di una fine rapida, indolore.

E il futuro ha le fattezze di Arya Stark.

«Valar dohaeris,» he replied, touching his brow with two fingers. «Of course you shall have a cabin.»

Fuck Yeah

All’episodio, che chiude nel migliore dei modi una stagione ahinoi discontinua, nonostante la mancanza di lady Stoneheart.

Meh!

Alla stagione, che non ha saputo coniugare in maniera felice descrizioni e brusche accelerate, scivolando ora nella noia (Daenerys, Jon Snow), ora nel pressapochismo (Stannis e Davos, Theon, Bran), interessata, come sembrava essere, solo alla costruzione artigianale – ma non anche narrativa, come succedeva invece in passato – di momenti ad alto tasso di spettacolarità. Molti i momenti comunque memorabili – il matrimonio di Joffrey, il processo di Tyrion, il combattimento di Oberyn, la testimonianza di Sansa a favore di Littlefinger –, ma altrettanti quelli malriusciti, riassunti e rappresentati dal terribile The Watchers on the Wall, episodio soporifero e pedestre. La speranza è che, nel prendersi sempre più libertà rispetto quanto meno alla struttura dei romanzi, gli autori ritrovino finalmente il felice equilibrio fra esigenze di trama e forza della rappresentazione che aveva caratterizzato le prime due stagioni.

L’articolo Game of Thrones – 4×10 – The Children (Lettori) sembra essere il primo su Serialmente.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Vai alla barra degli strumenti